Un Fiore? Serve a cambiare

I giardinieri dicono che le dalie sono fiori esigenti, hanno bisogno di un terreno molto curato per crescere, ma quando sbocciano diventano grandi fiori a raggera, dalla simmetria perfetta. Anche la bottega del commercio equo Il Fiore di via della Dalie 11, a Ladispoli, è un luogo esigente, ma soprattutto accogliente, come sanno esserlo le stanze in cui non mancano mai vasi con mazzetti di dalie. È un posto «esigente» perché qui il commercio equo è sempre stato proposto prima di tutto come una relazione sociale diversa, intrecciata con altri temi, quelli della decrescita e dei beni comuni ad esempio, anche quando «decrescita» e «beni comuni» non erano nei linguaggi della società in movimento.

Di seguito, la conversazione con Aldo Piersanti, della bottega Il Fiore. In questi link invece trovate le precedenti puntate della nostra indagine tra le organizzazioni del commercio equo romane: Capo Horn, Domus Aequa, Comes, Equociqua!. «Prima di iniziare con le domande – esordisce subito Aldo, con il suo parlare mite e mai banale – volevo farvi i complementi per la vostra iniziativa. Ho letto con grande interesse le risposte dei responsabili delle altre botteghe e trovo che la vostra iniziativa sia un tentativo concreto di metterci in rete, un confronto vero tra varie realtà che si occupano di commercio equo. Questa indagine rompe un lungo silenzio, almeno per noi, che negli ultimi mesi ci siamo dedicati soprattutto alla sopravvivenza della bottega e abbiamo tralasciato il confronto, il lavoro di rete. Ecco, la vostra iniziativa sta riempiendo un vuoto e volevo ringraziarvi».

 

Cominciamo dalla quotidianità. Prova a raccontarci quello che avviene qui più o meno ogni giorno.

Siamo aperti al pubblico per la vendita dei nostri prodotti tutte le mattine e tutti i pomeriggi dal lunedì al sabato. Qualche volta la mattina nello spazio-incontro della bottega accogliamo le classi delle scuole elementari, medie e superiori di Ladispoli e dintorni. Sono le scuole che aderiscono ai nostri progetti educativi. Nel pomeriggio, nello stesso spazio, ci sono i nostri corsi: in questo momento si sta svolgendo il corso di erboristeria e quello di acquarello steineriano per adulti. Il fine settimana, circa due volte al mese, viene invece dedicato alla promozione di eventi vari: domenica 3 giugno, ad esempio, parliamo di permacultura, mentre sabato 16 c’è la presentazione di Risorse Future, progetto marchigiano di calzature ecologiche, cioè fatte con materiali vegetali come sughero e canapa. Inoltre tutti i venerdì pomeriggio abbiamo quelli del Gruppo di acquisto solidale che ritirano le cassette di frutta e verdura incontrando il produttore.

Prima parlavi di sopravvivenza della bottega: come vivete il rapporto sostenibilità economica e dimensione politico sociale della vostra esperienza?

Una vera sfida… perché siamo in un momento di difficoltà economica e di crisi culturare, e sopratutto non abbiamo una vera prospettiva positiva per il nostro futuro. L’espressione che ci accompagna da oltre dieci anni, «un altro mondo è possibile anche con il commercio equo» diventa sempre più difficile concretizzare quando a fine giornata chiudiamo la cassa… Ma la sfida è aperta e, se pure con difficoltà, siamo qui. Mentre verifichiamo i nostri limiti però osserviamo intorno a noi anche cambiamenti importanti, penso all’interesse per il biologico, per i prodotti ecologici, ma anche al fai da te, dagli orti all’autoproduzione di pane e detersivi. Nuovi stili di vita, che abbiamo contribuito a promuovere in tempi non sospetti, cominciano a diffondersi sul serio. Adesso dobbiamo continuare in questa direzione cercando di coniugare ogni giorno commercio con eticità, sostenibilità, equità e giustizia sociale.

Voi siete una delle poche botteghe che lavora in un piccolo centro: è uno svantaggio?

Lo  svantaggio potrebbe essere nei numeri perché di fatto i cittadini abitanti da coinvolgere sono di meno, rispetto alle grandi città come Roma, ma nella nostra attività resta decisiva la motivazione delle persone. E anche in provincia è possibile trovare persone motivate, persone dediderose di contribuire al cambiamento sociale.

Cosa significa per voi mettersi in relazione con il territorio?

Domanda fondamentale. Spesso durante le nostre riunioni, anche quelle pubbliche, chiediamo e ci chiediamo se ha senso la nostra attività in questo territorio. È un interrogativo che ci accompagna sempre, che giriamo ai nostri collaboratori e alle alle persone che ci circondano… Mai sentirsi indispensabili. In ambiti come il commercio equo sentirsi precari è perfino un aiuto, perché ti abitua a vivere le giornate con una profonda consapevolezza dei limiti e delle proprie capacità.

Quali progetti particolari portate avanti in bottega?

In questo momento, come accenavo prima, proponiamo incontri di introduzione alla permacultura, sia con l’evento singolo del 3 giugno, sia attraverso il corso completo di settandue ore che si svolgerà dal 14 al 22 luglio, sempre in bottega, al quale seguirà un fine settimana per la parte progettuale. Inoltre ci siamo sempre di più qualificando nel settore erboristico e organizziamo frequentemente corsi. Poi abbiamo vari  progetti educativi per le scuole sul consumo critico, sul commercio equo, sulla figura di Lorenzo Milani…

Commercio equo e grande distribuzione: qual è il vostro punto di vista?

Ci vorrebbe molto spazio e tempo per cercare risposte a questa domanda, ma partirei da questo pensiero di Alex Zanotelli di qualche anno fa che naturalmente condivido. «Per me il commercio equo e solidale è un grande dono – dice Alex – una perla preziosa per resistere al sistema. Ma sappiamo bene che il sistema economico-finanziario neoliberista è talmente scaltro che può trasformare anche questa “perla” in un suo fiore all’occhiello… Corriamo sempre il pericolo di buttare le perle ai porci. Non lo dimentichiamo». Ecco, secondo me vendere i prodotti del commercio equo nella Gdo, la Grande distribuzione, significa depotenziare il nostro «tentativo» di essere alternativi al sistema, in quel modo diventiamo funzionali al sistema. Per me la Gdo non è altro che il braccio operativo di quello che definiamo in modo astratto sistema economico-finanziario neoliberista, quello di cui parla Zanotelli. Non abbiamo mai nascosto il nostro punto di vista critico rispetto all’inserimento dei prodotti di commercio equo nella Gdo: ma ricordo che a Gubbio, durante l’assemblea di Agices, l’Assemblea generale italiane del commercio equo, qualche anna fa eravamo solo tre organizzazioni su questa posizione, con noi c’erano il Sassolino di Rieti e Tatavasco di Milano. Allora come oggi siamo convinti che la Gdo sia un “non-luogo” che, a differenza della bottega, omologa. La bottega invece mi piace definirla come “una comunità di resistenza aperta”. L’idea di commercio proposta dalle botteghe in questo momento è fondamentale: a Ladispoli, ad esempio, ci accorgiamo che le piccole attività chiudono ogni giorno mentre le telecamere per la videosorveglianza aumentano in tutta la città…. A tutto questo dobbiamo essere alternativi. La mia non vuol essere la solita critica contro il sistema, ma un invito  difendere il  commercio equo e le botteghe che sono un vero presidio sociale, in cui sperimentare relazioni diverse. Per difendere questi luoghi c’è solo una strada: promuovere iniziative, campagne, informazione e accogliere persone.

Cosa pensate del commercio equo a Roma e Provincia?

Se penso a qualche anno fa ho un ricordo straordinario del commercio equo romano. Ricordo davvero con piacere il lavoro del coordinamento della botteghe, un’esperienza fondamentale sia per la nostra attività ma anche a livello personale. Un’esperienza fatta di incontri con persone. Insomma, è stato un pezzo di strada fatto insieme ad altri che non dimenticherò. Un nuovo coordinamento sarebbe molto utile anche in questo momento, soprattutto per cercare di proseguire quanto avviato con la Città dell’altra economia. Purtroppo la Cae è stato luogo importante ma “accentratore”  e la seconda fase, quella di decentramento, non è mai stata messa in pratica. Invece, qualche anno fa, il coordinamento tra le botteghe era di grande aiuto per la nostra realtà periferica. Di certo, il commercio equo deve essere un lavoro di rete.

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