Un nuovo mutualismo

Negli ultimi dieci anni, settimanali come Carta e mensili come Altreconomia, Valori e Aam Terra nuova, oltre a diversi siti internet e qualche libro, hanno raccontato come lo spirito mutualista sia ricomparso sotto nuove sembianze, spesso in risposta al ritiro dell’intervento pubblico dalla gestione di servizi, a volte in modo più diverso e spontaneo. Prima dell’inizio della crisi, nel 2007, Lorenzo Guadagnucci con «Il nuovo mutualismo» (Feltrinelli 2007) è partito da quel ragionamento per segnalare l’emersione di nuove esperienze. Anche il più recente «L’economia del noi» di Roberta Carlini (Leterza 2011), sembra muoversi sulle stesse tracce. Dai Gruppi di acquisto solidale a diverse esperienze di monete locali, dalle fabbriche recuperate in Argentina alle reti di vignaioli di Critical wine, dalla finanza critica delle Mag (Mutue di autogestione) alle botteghe del commercio equo e solidale, passando per le banche del tempo, solo per citare alcuni esempi del libro di Guadagnucci, sono molte le azioni sociali collettive che, a maggior ragione oggi dopo l’esplosione della crisi, hanno tra i loro obiettivi (a volte in modo inconsapevole) recuperare e rinnovare i principi del mutualismo diffuso a inizio Novecento.

In quel periodo tra i ceti popolari si affermarono cooperative di produzione e consumo, società di mutuo soccorso, casse rurali, università popolari, case del popolo. Secondo Pino Ferraris, sociologo e studioso del movimento operaio (qui potete leggere un suo intervento a un convegno del 2010 dal titolo «Mutuo soccorso e welfare»), il mutualismo storico è riuscito a ricomporre i legami sociali tra i «lavoratori deboli», ossia i braccianti e i lavoratori a domicilio ma anche gli artigiani in declino, con i cittadini consumatori. Intorno a questa ricomposizione solidale sono nate mutue e cooperative, con le quali molti per la prima volta pensavano a costruire un’altra società, più che un altro stato. Sul piano del pensiero politico i riferimenti erano Robert Owen e Pierre-Joseph Proudhon. Quelle esperienze, ricorda Ferraris, sono scomparse pur di non accettare statuti imposti dallo stato: la legge, ieri come oggi, rifletteva le esigenze del capitalismo.

In «Le utopie del ben fare» (L’Ancora del Mediterraneo, 2004), Giulio Marcon ricorda come il mutualismo e la cooperazione del primo Novecento offriva attività e servizi concreti, come le latterie e caseifici sociali, nei quali a turno si utilizzavano le strutture, portando ciascuno la propria quota di latte, il sale e la legna per cuocere, oppure i forni e i magazzini rurali che servivano a raccogliere, seccare e trasformare il frumento ed erano gestiti in modo collettivo. C’erano poi le cooperative di consumo per Gruppi collettivi d’acquisto, attraverso i quali si riducevano i costi delle derrate, e le cooperative di lavoro dei braccianti e dei muratori, con cui condividere raccolti e appalti. Ma c’erano soprattutto le prime organizzazioni di mutuo soccorso, nate per raccogliere fondi da destinare al sostegno di persone senza lavoro, malate (o solo per sostenere gli aderenti nelle spese del funerale di un proprio congiunto) ma anche per fare scuole serali, disribuzione di libri per bambini, biblioteche circolanti, luoghi di socializzazione. O ancora, le piccole casse rurali di villaggio che concedevano ai contadini anticipi per pagare le sementi e comprare nuovi attrezzi. «Le 248 società cooperative del 1886 – scrive Marcon – si erano decuplicate in quindici anni, divenendo 2.823 nel 1902; prima dell’avvento del fascismo sarebbero arrivate a più di 7.400. Nel 1891 le casse rurali erano poco più di cinquanta; sei anni dopo erano più di 900. Le società di mutuo soccorso passarono dalle 381 del 1848 alle 6.500 del 1904». Anche le prime Camere del lavoro, sono nate in quel contesto.

Insomma, artigiani, contadini, operai, donne furono protagonisti di un grande movimento di autorganizzazione, ispirato ai principi molto concreti di eguaglianza, solidarietà, rifiuto delle gerarchie, partecipazione. Un movimento che rappresenta una rottura con l’intervento sociale borghese basato sulla beneficienza. Per molti anni quel sistema di auto-organizzazione dal basso con le sue diverse sfumature si diffuse ovunque; i primi interventi che cominciarono poco a poco a minare la sua «rottura politica» seguirono la «modernizzazione» giolittiana del paese (statalista, nazionalista, industriale, cioè capitalistica) che di fatto cercò di assorbire parte di quel movimento nelle istituzioni.

Nelle conclusioni del suo libro, Marcon oltre a elencare i nodi critici di queste importanti esperienze storiche (i rapporti tra azione sociale collettiva e istituzioni, economia, politica, l’idea di organizzazione come limite) scrive: «La storia dell’azione sociale collettiva interessa centinaia di migliaia di piccole e grandi esperienze spesso nascoste e dimenticate, e coinvolge decine di migliaia di persone; storie di minoranze attive che, pur senza raggiungere una dimensione di massa, sono riuscite a condizionare la realtà locale di un paese o di un territorio, i percorsi quotidiani di uomini e di donne, seminando i germi di una nuova cultura sociale e politica, portando testimonianza di nuovi modi di agire che sono poi divenuti, con il passare del tempo, pratica diffusa».

Altre importanti storie di azione sociale collettiva solidale arrivano dai sud del mondo, in particolare dall’universo dell’economia informale (o vernacolare, per dirla con Illich), indagato recentemente da uno splendido saggio, «La potenza dei poveri» (Jaka book, 2010), da Majid Rahnema e Jean Robert.

Di certo, le tracce di questi movimenti sono oggi presenti in diverse esperienze nelle nostre città: spesso sono gli stessi principi che hanno assunto forme diverse (basta pensare al movimento del commercio equo, ai Gas o alla finanza etica), in altri casi, più rari e meno noti, anche le forme sono molto simili a quelle del passato. Guadagnucci, ad esempio, segnala alcune nuove realtà mutualistiche avviate in risposta a bisogni emergenti: si va dagli asili nido nati all’interno di un consorzio di cooperative a Imola e aperti a tutta la cittadinanza ad alcune associazioni impegnate nelle ricerca di case (da prendere in affitto o acquistare) per migranti. Più recentemente, il Sindacato dei traduttori editoriali Strade (nato per tutelare i diritti dei traduttori editoriali, figure professionali molto precarie) ha sottoscritto una convenzione di assistenza sanitaria con una società di mutuo soccorso: i lavoratori del diritto d’autore hanno deciso cioè di unirsi solidalmente per venire incontro a una mancanza dello Stato e coprire, almeno in parte, l’assenza di tutele sociali che rende ancora più precaria la loro condizione. Hanno scelto insomma una forma mutualistica di sostegno che si richiama alle prime esperienze di autotutela operaie della fine dell’Ottocento. La mutua «Elisabetta Sandri» è ora aperta all’adesione di altri soggetti strutturati del mondo indipendente e precarizzato.

La convenzione stipulata da Strade è il risultato di un anno di lavoro ed è il frutto di un percorso condiviso. I traduttori e le traduttrici editoriali infatti hanno deciso insieme, dopo confronti e discussioni, cosa dovesse essere prioritario nella loro assistenza. Agli iscritti e iscritte di Strade, la convenzione garantisce un sussidio di malattia e di ricovero, un assegno di gravidanza, il rimborso per analisi mediche (tac, risonanze, scintigrafie…) e ticket, oltre che un sostegno in caso di perdita dell’autosufficienza e un numero verde di assistenza medica (per l’invio di un medico sul posto in cui ci si trova, il trasferimento al proprio domicilio o in ospedale, la ricerca di personale infermieristico). La quota annuale è di 246 euro. I congiunti che il socio decide d’iscrivere non usufruiscono di sussidi ma, se si ammalano ed è il socio a prendersene cura, a lui spetta un sussidio. A differenza della Gestione separata dell’Inps, l’accordo garantisce ai traduttori il controllo sul fondo. In rete – nel sito del Quinto Stato – si parla perfino della «certezza che il fondo sia investito in maniera etica».

A partire dalla vicenda mutualistica dei traduttori precari e intorno ai temi del nuovo mutualismo, nasce un percorso importante all’interno del Quinto Stato, i lavoratori indipendenti e precari di ricerca e spettacolo, ma anche grafici e giornalisti, lavoratori e lavoratrici della cultura (tra i promotori, tra le altre cose, di un’altra importante iniziativa sul «recupero degli spazi pubblici»). «È giunto il momento per la comunità delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi e indipendenti, esclusi dalle tutele destinate al mondo del lavoro subordinato, per i soggetti economicamente deboli e per chi, uscito dal sistema produttivo, non appartiene a gruppi protetti, di confrontarsi con le forme del mutualismo – si legge in una nota con la quale viene presentanto l’incontro del 28 maggio (ore 18) alla Città dell’altra economia – Gli eterogenei soggetti del Quinto Stato sono invitati a discutere e a definire percorsi che portino a un welfare sostenibile, sussidiario e solidaristico, territoriale, relazionale che, insieme a un radicale ripensamento del modello sociale del nostro paese, offra forme di auto-aiuto e di mutuo-aiuto immediate». La scelta del mutualismo, secondo quelli del Quinto Stato si rifà a «un modello di economia sociale e non del capitale, spinge alla responsabilità verso se stessi e verso la comunità di riferimento. Mette al centro la persona con i suoi bisogni e non il profitto».

Forme cooperative mutualistiche possono diventare davvero opportunità per creare buon lavoro (su questo tema suggeriamo la lettura di un saggio di Paolo Cacciari, «Il fiorire della vita, il lavoro e la decrescita») e fare fronte alla crisi economica e ambientale (anzi, di civiltà), sulla scia di diversi movimenti e reti sociali di tutto il mondo che si muovono intorno ai temi dei beni comuni, della decrescita e dell’altra economia (quelli di cui parla in «Un’insurrezione è in corso»)?

All’incontro del 28 maggio partecipano Fabio Galimberti e Elena Doria di Strade, Andrea Dili dell’Associazione XX Maggio (l’incontro verrà trasmesso via streaming e la registrazione verrà condivisa con tutto il laboratorio nazionale del Quinto Stato; per notizie sulla convenzione di Strade mutuosoccorso.elisabettasandri@yahoo.it).

 

Su «Comune» continueremo a raccontare esperienze di nuovo mutualismo e ad approfondire questi temi: per contibuti, scrivete nei commenti oppure a info@comune-info.net

 

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3 Risposte a “Un nuovo mutualismo”

  1. 27 maggio 2012 at 20:03 #

    Vorrei esprimere la mia vicinanza emotiva e solidarietà a tutte quelle persone che si trovano a far fronte all’incubo della mancanza di un reddito per il venir meno del posto di lavoro. Chiunque sia vivo ha esigenze ineludibili, con tali esigenze necessita di un reddito: come possiamo allora noi vivi non esserci vicino quando qualcuno si trova in difficoltà?

    Proprio nella convinzione che il problema della garanzia del reddito non solo debba ma pure agevolmente possa essere risolto, son qui ad esprimere il pensiero che per raggiungere questo risultato noi cittadini non dobbiamo far altro che riorientare i nostri sguardi, allontanarli un momento dalle Imprese private per focalizzarli sulla Funzione Pubblica.

    La domanda che può spianare la strada alla realizzazione dei nostri sogni è: come possiamo pretendere che siano le attività economiche di proprietà privata a farsi carico della sicurezza del nostro reddito quando quelle attività economiche che per Costituzione sono di proprietà dell’intero popolo italiano sono quanto di più escludente e monopolizzatore vi sia? Trovandosi dei cittadini senza lavoro, non dovrebbero essere proprio i ruoli della Funzione Pubblica per primi ad accoglierli? Non dovremmo attenderci una maggiore apertura e disponibilità da ciò che appartiene alla Collettività, da ciò ch’è effettivamente nostro, piuttosto che da ciò ch’è proprietà privata, un limitato bene altrui?

    La Centralità coi suoi vari Governi, piuttosto che cercare di imporre alle imprese private il loro volere, piuttosto che continuare a trafficare in una indebita commistione tra pubblico e privato in cui il peggio dell’uno va a braccetto col peggio dell’altro ingrassandosi entrambi sempre più, non dovrebbe impegnarsi ad accrescere il numero dei ruoli della Funzione Pubblica, riassorbendo al suo interno tante attività indebitamente privatizzate, introducendovi pure una periodica rotazione per ricordare ad ognuno che quei ruoli non appartengono ad alcuno bensì vanno assolutamente condivisi? In somma: la solidarietà non è obbligo morale pertinente innanzitutto la Collettività piuttosto che i Privati?

    Ecco allora che diviene prioritario comprendere che l’istituto dell’assunzione a vita di una piccola parte della popolazione in ruoli di proprietà dell’intero popolo italiano viene ancora mantenuto e nemmeno messo in discussione da Governi corrotti ed incompetenti che vogliono continuare a fare il procio (di Ulissea memoria) comodo loro. Gli statali, ex cittadini dimentichi della Collettività e passati al soldo di un potere elitario, formano infatti un monolitico cerchio, un muro di sbarramento che si erge a protezione dei potenti ed insieme ad impedire il passo ai più deboli per evitare che giungano nell’agorà politica a fornire il necessario ricambio.

    Se vogliamo iniziare a vivere una vita degna di essere vissuta, in cui non sia garantito solo il reddito ma anche ogni valore democratico ed umano, dalla giustizia alla libertà, dobbiamo impegnarci a rassettare l’ordine sociale in modo che la Funzione Pubblica si apra alla PARTECIPAZIONE, sia dunque non più monopolistica bensì INCLUSIVA, non più di controllo bensì PRODUTTIVA, di un più gran numero di cittadini, riacquisendo una maggiore consistenza di attività economiche ed introducendo l’uso della periodica restituzione al popolo dei singoli suoi ruoli per impedire la corruzione. L’ambito pubblico divenga finalmente aperto, equo e solidale, democratico e produttivo. L’ambito privato acquisti quella autonomia ch’è necessaria a migliorare le sue creazioni.

    Dall’apertura e dalla messa in equilibrio di queste due rinnovate entità sociali potrà scaturire quella complessiva forza affratellante, unificante nonché costantemente rinnovata sul piano culturale, politico ed economico, di cui una società non può fare a meno per superare le impegnative difficoltà di un mondo sottoposto a grandi crisi.

    Danilo D’Antonio

  2. Levbasty
    8 novembre 2012 at 18:09 #

    Capito,
    quindi tutti sulle spalle dello Stato che diventa agenzia di collocamento.
    E chi li dà i soldi allo Stato per pagare tutti questi fannulloni?
    Una massa di incompetenti che ristagna a parassitare.
    Tante chiacchere e paroloni per promuovere un popolo fuchi

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  1. Che cos'è il commonfare? - Bartleby - 13 febbraio 2013

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