La cosa è nota: il teatrino triste messo su ogni giorno da grandi imprese, politica e media sembra non lasciare spazio ad alternative. Eppure, come in uno scolapasta, ci sono buchi attraverso quali punti di vista e pratiche riscono, se pur lentamente, a passare. Tra austerità bipartisan e finte alternative proposte da reti mediatiche ricche di leaderismo e razzismo (il Movimento 5 stelle), ci sono pezzi di società che si muovono davvero in profondità. E «allargano i buchi dello scolapasta», magari utilizzando la cultura come scienza del possibile, come partecipazione, come bene comune.
Lunedì 4 giugno (ore 18) presso la Città dell’altra economia di Testaccio (non certo per caso…), la coalizione dei lavoratori indipendenti il Quintostato, ad esempio, invita cittadini e cittadine a mettere in rete le esperienze, le pratiche e le riflessioni di chi ha scelto di muoversi sui temi della riappropriazione della città e dei suoi spazi pubblici. All’incontro («Riprendiamoci gli spazi pubblici») partecipano le associazioni e i movimenti della Città dell’altra economia 2.0 di Roma, dei mercati rionali (come il Mercato Metronio, a via Magna Grecia), le ex autorimesse Atac (come la grande struttura di Piazza Ragusa), le grandi caserme in dismissione (come la Ruffo, sulla via Tiburtina), gli ex distretti produttivi (come il Mattatoio di Testaccio), i luoghi storici e periferici della produzione e della distribuzione culturale, come il Teatro Valle, l’ex Cinema Palazzo di San Lorenzo (nella foto i clown in scena al Nuovo Cinema Palazzo, la foto è stata presa dal profilo facebook del cinema) e il Teatro del Lido di Ostia. Su queste realtà e i loro obiettivi basta sfogliare le pagine web della sezione Beni comuni di questo sito (mentre sull’occupazione e il recupero di questi spazi ci sono ormai anche nuovi e interessanti punti di vista giuridici). Comincia a prendere forma dunque uno spazio davvero ampio e plurale, nel quale ripensare il futuro degli spazi pubblici. Il progetto, spiegano i promotori dell’iniziativa in una nota diffusa on line, è «iniziare un percorso comune e ripensare l’uso pubblico di questi spazi».
Dai mercati alle caserme, dai teatri ai cinema, dai depositi auto-tranviari ai luoghi di produzione dismessi, associazioni, movimenti, centri sociali, reti, comitati di quartiere, singoli cittadini si rimettono in gioco insieme per sostenere «un’altra idea di città», per garantire «nuove condizioni di vivibilità e fruibilità degli spazi pubblici», per difendere il diritto a «co-progettare questi luoghi», per moltiplicare nel tessuto sociale urbano le «opportunità di incontro, scambio, cura, mutualismo, formazione, co-working e co-housing», per reinventare le relazioni «tra centro e periferia, tra città e campagna».
Nella lucida analisi proposta dalla coalizione promotrice di questa iniziativa, tra l’altro, si legge: «Roma sta vivendo una nuova drammatica fase nella sua contesa storia urbanistica, che dal 1870 ad oggi l’ha portata ad avere un’estensione pari alla somma di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Palermo e Catania, dieci volte superiore alla superficie del comune di Parigi. Questa rapidissima, ipertrofica e sregolata espansione, è stata quasi esclusivamente frutto di una cultura speculativa – bulimica di territorio e di rendita – che si è tramandata e rinnovata sino ai nostri giorni, vedendo solo l’avvicendarsi dei centri di potere e dei protagonisti che l’hanno voluta, gestita e fatta fruttare a scapito di tutti gli altri e della città stessa». Su questi temi, le considerazioni di Paolo Berdini pubblicate su «Comune», a proposito dell’«esplosione metropolitana», che ha costretto migliaia di persone ad abbandonare Roma per rifugiarsi nel suo grigio e ingolfato interland sono davvero illuminanti. Ma l’aggressione alla città e al suo tessuto sociale che viene denunciata da questa coalizione, ormai è chiaro a tutti, è frutto di una continuità d’azione che ha visto, nel corso degli ultimi vent’anni, «i sindaci Rutelli, Veltroni e Alemanno – con il sostegno di governi nazionali di qualsiasi colore – operare a tappe forzate la svendita pressoché definitiva del suolo pubblico ancora disponibile e di immense risorse immobiliari a quasi assoluto vantaggio dei loro Grandi Elettori, le dinastie palazzinare dei Caltagirone, dei Toti, dei Bonifaci, dei Mezzaroma».
Hanno proprio ragione gli autori del documento con il quale viene convocato l’appuntamento del 4 giugno: «viviamo ormai nel paese degli Shopping Mall». Un miliardo di metri cubi è stato costruito negli ultimi dieci anni: outlet, ipermercati e centri commerciali sempre più grandi, circondati da quartieri pressoché vuoti. Intanto, cresce il numero delle case e degli uffici disabitati, e sempre più persone – a causa della totale deregolamentazione del mercato degli affitti e alla strutturale assenza di politiche di housing sociale – sono in emergenza abitativa, prive di servizi e di luoghi in cui svolgere la propria attività di studio e di lavoro. Il documento si spinge oltre, mettendo in discussione temi e linguaggi che qualche anno fa erano al centro delle attenzioni solo di qualche studioso, come Serge Latouche (a proposito di territori da ripensare, vale la pena leggere questa conversazione con Latouche «La città inedita») e di piccole reti sociali. «È evidente – si legge ancora nel testo – che è ormai indispensabile avviare profonde politiche di riqualificazione, regolamentazione e gestione collaborativa con le cittadinanze, arrestando una volta per tutte questo incessante processo, inconciliabile con qualsiasi ragionevole interpretazione delle parole “crescita” e “sviluppo”».
Ecco perché partire dalla difesa e dalla riconquista dei beni comuni e da un nuovo patto civile sono le strade individuate da pezzi di società sempre più grandi, che politica e media non sono in grado di intereccatare se non sporadicamente e in modo strumentale. La proposta per il 4 giugno, quindi, è di avviare un percorso ampio e variegato (non mancano punti di vista differenti sul concetto di bene comune), che speriamo sia capace non solo di sperimentare forme nuove di confronto e condivisione, ma che sia anche in grado di scardinare la tradizionale tripartizione Stato/Mercato/Non Profit, di promuovere intersezioni culturali e sociali tra autogoverno, progettazione condivisa, riappropriazione degli spazi e dei tempi di vita. «Dal riuso di materiali all’imprenditoria sociale, dall’arte alla cultura, dall’economia collaborativa al mutualismo, dalle energie rinnovabili all’agricoltura biologica, dal co-working al co-housing, questo processo investe e responsabilizza qualsiasi individualità in favore del benessere collettivo».
Un dubbio ci assale: che sia davvero in corso un’«insurrezione» sotto traccia? Di certo, il «fuoco dei beni comuni» di cui abbiamo parlato non sembra affatto spento.
Città invisibile è un piccolo collettivo attento ai temi sociali e della decrescita, nato all’interno dell’omonima libreria (info [at] editoriadellapace [dot] org) dell’ex mattatoio di Testaccio.





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