Terza tappa del viaggio tra le botteghe di Roma: doopo Capo Horn di Acilia e Domus aequa (il cui articolo fa discutere anche per il titolo «Il commercio equo ha fallito») è la volta della cooperativa Comes e delle sue due botteghe. L’obiettivo è capire come il commercio equo romano si sta trasformando. Le due botteghe du Comes sono La Verde Milonga (via Flavio Stilicone 166, tel. 06 7141728) e Moliendo Cafè (via G. Chiabrera 27, tel. 06 5402474). Di seguito, la conversazione con Tonino Versari, il nuovo presidente di Comes.
Tonino, cominciamo da qualche notizia sulla vostra quotidianità…
Da alcuni anni la nostra cooperativa è in una fase emergenziale per problemi organizzativi e per le scarse risorse sia economiche che di persone: questo ha costretto a ripiegarci al nostro interno e ovviamente ha condizionato e condiziona molto le attività. Contiamo nei prossimi mesi di rivitalizzare le relazioni con l’esterno. Per questo la nostra quotidianità è dedicata alla gestione pratica della bottega: il rifornimento scaffali, le pulizie, gli ordini ai fornitori, gli ordini dei nostri clienti all’ingrosso, gruppi, negozi di alimentazione naturale, altre botteghe di commercio equo… E la gestione del settore bomboniere, fortunatamente vitale, un buon canale per la diffusione dei prodotti e dell’informazione sui progetti equosoludali.
Come vivete il rapporto tra la sostenibilità economica e la dimensione politico-sociale della vostra esperienza?
La sostenibilità economica è difficile. Negli anni passati abbiamo dovuto chiudere una delle tre botteghe e ridurre le retribuzioni, già scarse, nonché ridurre al minimo tutti i costi. I margini che restano alle botteghe sono bassi dato che non tutte le centrali di importazione fanno gli stessi sconti. È certamente vero quello che sostiene Fulvio di Equociquà sui prezzi al pubblico che di fatto sono liberi: è anche vero che in un momento di crisi come quello attuale operare aumenti in bottega non è facile, dal momento che già ci sono quelli operati dagli importatori, è quindi uno strumento che va utilizzato con molta cautela per evitare che sia controproducente.
Dal punto di vista politico, non mi sembra che ci si possa aspettare molto dato che il mondo politico ha altro di cui occuparsi e la sensibilità nei confronti dell’economia alternativa è decisamente bassa.
Sarebbe importante che ci fosse un coordinamento delle realtà di economia sociale, perché darebbe più peso a tutto il settore, ma anche qui le difficoltà sono molte come dimostra il progetto delle Città dell’Atra Economia, di fatto fallito soprattutto per l’avversione dell’amministrazione comunale.
Noi, per i problemi detti prima abbiamo dovuto rinunciare, negli ultimi anni, a operare in questo settore e quindi lo viviamo da spettatori.
Che cosa significa per voi la relazione con il territorio?
La relazione con il territorio è stata essenziale per la nascita e lo sviluppo delle botteghe: i rapporti con le associazioni, con i piccoli negozi di alimentazione naturale, con le sezioni dei partiti di sinistra, quando ancora c’erano, con le parrocchie, e soprattutto con gli abitanti del quartiere per i quali le botteghe sono state, e sono ancora in gran parte, punto di riferimento per avere informazioni sulle alternative possibili al supermercato e sulle iniziative di economia alternativa, nonché per avere rapporti umani, spariti sia nella grande distribuzione sia in gran parte dei negozi tradizionali. Tutto questo continua a essere importante, ma si è molto attenuato, tranne il rapporto con i clienti che continua a essere lo stesso.
Quali progetti speciale portate avanti in bottega?
Di fatto non abbiamo alcun progetto particolare, anche se stiamo cercando di riavviare il settore del turismo responsabile che abbiamo già promosso in passato.
C’è chi sostiene che «il commercio equo è fallito», almeno per quanto riguarda gli obiettivi culturali della sua diffusione nella grande distribuzione…
Mi sembra che si tratti di una valutazione eccessivamente pessimistica. Io non credo che il commercio equo abbia fallito: è una realtà che è ancora viva e vegeta, anche se in difficoltà, come del resto lo è tutto il settore commerciale, soprattutto i piccoli negozi. Concordo invece pienamente con Cinzia di Domus aequa quando parla della Grande distribuzione organizzata, la Gdo: di fatto c’è il rischio di snaturare l’anima del commercio equo. Entrare nella Gdo, cosa fortemente contrastata all’epoca da molte botteghe fra le quali la nostra, ha permesso ad alcune centrali di importazione di avere grossi incrementi di fatturato, ma a scapito delle vendite delle botteghe che hanno visto in parte vanificato tutto il lavoro svolto sul territorio.
Cosa pensate invece del commercio equo a Roma? E in Italia come stanno messe le cose dal vostro osservatorio?
A Roma c’è stato un periodo molto fecondo durante il quale è nata Rees, Roma equa e solidale, progetto di coordinamento tra le botteghe credo unico in Italia, che ha svolto un’importante funzione di coordinamento e di promozione. Poi per vari motivi, che sarebbe lungo esporre qui, l’esperienza è finita e ogni realtà va più o meno per suo conto. Questo è un peccato. Noi in particolare, per i motivi che dicevo prima, non abbiamo più contatti con le altre realtà di commercio equo, se non in casi sporadici. Per quanto riguarda la situazione in Italia non so come sia. Concordo con Matteo di Capo Horn riguardo all’eccesso di rigidità di Agices. Certamente una maggiore apertura nei confronti di prodotti di altre realtà di economia solidale aiuterebbe tutto il settore e probabilmente anche la sostenibilità delle botteghe.
Che relazioni avete con le altre economie nella città?
Di fatto le uniche relazioni che riusciamo a curare in questo momento sono quelle per la fornitura a clienti che si occupano di alimentazione naturale.





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